Un'estate pericolosa

(Frammento) Risveglio

Rating: R
Note: Ennesimo tentativo riuscito male di incipit di nuova storia. La voglia di scrivere una side tutta incentrata su Alejandro c'è, il materiale per la documentazione pure solo che, al solito, mi serve una trama. Mi dispiace tanto per ladyaika , che avrebbe dovuto riceverla come regalo di Natale...

L’odore del sesso è piacevole solo finché è tenuto in vita dal calore del corpo dell’altro accanto al nostro.
Perché in quell’istante è ancora presente –presenza-, è ancora legante di due corpi che si sono esplorati, di due anime curiose che si sono scambiate per qualche minuto i vestiti.
Come al solito Jean Michel si era dileguato prima dell’alba, e Alejandro aveva dovuto fare i conti con un risveglio di lenzuola stropicciate e un cuscino che odora di pelle non sua, di un’impronta di corpo diversa, più marcata, di una solitudine più profonda.
Nella curva del ciuffo che gli ricade scompostamente sulla fronte Alejandro nasconde uno sbadiglio, e nello sbadiglio un’imprecazione.
Deve prepararsi per andare al lavoro, ma i muscoli intorpiditi e il cielo scuro oltre i vetri chiusi suggeriscono tutt’altro.
È quasi inverno, ormai.
Stringendosi addosso le coperte Alejandro non può fare a meno di pensare a quelle metafore infantili che si raccontano a scuola sulle stagioni, come se la letale combinazione di tempo da cani e cattivo umore lo avesse riportato indietro nel tempo.
Anche la svogliatezza con cui si tira su a sedere è la stessa di quando era bambino, per nulla scalfita dalla vertigine di malinconia che la accompagna.
Ma vorrebbe davvero tornare indietro, Alejandro?
Vorrebbe ancora essere svegliato da sua madre e trascinato a scuola?
Ovviamente no.
La vita adulta ha un sapore impagabile, e la sensazione di essere completamente padrone di ogni azione non vale nessuna colazione pronta, nessun bacio sulla guancia.
Alejandro Grimal è esattamente la persona che sognava di essere, nei pregi e nei difetti.
Con addosso soltanto i pantaloni del pigiama si avvicina alla finestra e osserva il quartiere di Lavapiés animarsi lentamente.
Le persone somigliano a insetti colorati.
Bruchi, forse, così impacciati da rendere impossibile da credere la futura trasformazione in farfalle.
Sempre ammesso che gli uomini meritino di essere paragonati a simili creature.
La maggior parte delle persone, infatti, non vola, preferendo rintanarsi in nidi da bambola, grotte da presepe di cartapesta, in bolle di vuoto buio e calore artificiale.
Le maggior parte delle persone non ha il coraggio di allungare la gamba e superare il confine, concepisce la vita come la ricerca di un punto perfetto dove mettere radici, succhiando certezze dal ventre della terra.
È per questo che Alejandro Grimal non si è mai sentito parte di qualcosa, compreso il mondo da lui stesso creato.
Perché per Alejandro tutto è sospeso in bilico su un burrone, e non vale la pena preoccuparsi di cadere.
Secondo una sua personale convinzione, infatti, cadere è il nostro percorso naturale, e lanciarsi volontariamente contribuisce solo ad ampliarne la parabola.
Lanciarsi equivale a volare.
E volare è l’unico modo che abbiamo di sopravvivere alle miserie di questo mondo.

Il cervello di Alejandro si attiva soltanto quando le labbra si appoggiano al filtro della sigaretta.
Non è tanto per via del bisogno di nicotina, ma per il corollario di pensieri negativi che la prima boccata porta con sé: la possibilità della malattia, lo squallore anonimo delle stanze di ospedale, l’agonia della morte cadenzata dal ritmo dei macchinari.
Il blu inesorabile delle divise degli infermieri.
Il cervello di Alejandro si attiva soltanto quando un contrasto genera un brivido talmente forte da fare quasi male.
Il freddo, ad esempio.
È arrivato presto, a Madrid, quell’anno, come se avesse paura di perdere il treno del tempo.
Come se i mesi, senza di lui, potessero realmente smettere di avvicendarsi.
Il freddo, per Alejandro, era quasi divenuto una condizione esistenziale.
Si era lasciato stringere nella sua morsa senza opporsi, imparando a sopportarlo fin quasi alla noncuranza, studiando affascinato la duplice reazione del corpo, che in parte si intorpidisce e in parte, invece, si fa più sensibile.
Alejandro termina con calma la sigaretta, sorridendo a una signora che, dal palazzo di fronte, lo osserva seminascosta da una tenda.
Forse si è presa una cotta.
Alejandro soffia il fumo contro il vetro, senza smettere di fissarla.
Da quella distanza non riesce a capire se sia imbarazzata o se la cosa le piaccia.
In fin dei conti potrebbe pure non stare guardando necessariamente lui.
Dal portone è appena uscito un uomo con un giaccone nero, magari è il suo compagno.
Forse si sta chiedendo se anche Alejandro stia alla finestra a guardare il proprio amante andare via.
Ma Jean Michel è di un’altra pasta, sa che facendosi ingoiare dal silenzio della notte il ricordo lascerà in bocca un sapore di insoddisfazione che, presto o tardi, pretenderà riscatto.
Anche solo per una questione di orgoglio.
Anche solo per principio.
Alejandro apre la finestra per gettare il mozzicone in mezzo alla strada.
La signora è ancora lì che lo osserva.
Alejandro la saluta con la mano, facendo un piccolo inchino come a chiedere se gradisce lo spettacolo.
La vede ritrarsi in fretta e furia, chiudendo di mala grazia la tenda.
Alejandro ride e, finalmente, si decide ad andare a fare una doccia.
Buongiorno, Madrid, pensa, anche se una pioggia impalpabile comincia lentamente a bagnare le strade, rendendo i vicoli più bui.

 
***

 

Se il freddo rende il dolore più acuto il calore dell’acqua, sciogliendo i muscoli, lo fa riecheggiare più a lungo.
L’impronta di Jean Michel si fa più netta, lì dove lo ha stretto nel corso della notte.
È come averlo ancora accanto.
Cedergli non è stato difficile, col suo corpo solido e la pelle nera ha rappresentato un rifugio perfetto per i suoi tormenti.
La loro è una relazione puramente sessuale, nata nell’humus godereccio dei locali del quartiere, tra una chiacchiera e l’altra.
Uno dei tanti motivi per cui, soldi o non soldi, Alejandro aveva scelto di vivere proprio lì a Lavapiès.
Un quartiere fermentato come birra, sovraccarico di odori e sapori diversi, perfetto per chi, come lui, della varietà e della cucina ha fatto una ragione di vita, prima ancora che un mestiere.
Alejandro Grimal, infatti, ama definirsi uno chef-bohèmien, e quel quartiere di artisti e immigrati, di studenti e piccoli delinquenti è il suo regno.
Quando vi si era trasferito, qualche anno prima, pensava che lì sarebbe stato impossibile non sorridere anche nei momenti più bui.
Il problema è che non aveva previsto la particolare natura dei suoi momenti bui.
Al suo amico Marcos Valera, infatti, di Lavapiès interessava soltanto l’aspetto, nel senso più positivo e in quello più negativo del termine.
Una volta aveva passato una buona mezz’ora a descrivergli i dettagli di una facciata, raccontandogli che la strettezza delle finestre e lo sviluppo in altezza del palazzo indicavano chiaramente la sua origine ebraica, e come secondo lui questo fatto fosse alla base della presunta vivacità del quartiere, solo presunta perché, appunto, il degrado di molte abitazioni gridava ai quattro venti quanto fosse un luogo inadatto a ospitare chicchessia per il resto dei propri giorni.

-In buona sostanza, questo è soltanto un luogo di passaggio.

Aveva concluso preoccupato.

-È proprio per questo che lo amo. Qui la gente arriva seminando speranza. C’è tutto l’entusiasmo di chi inizia l’avventura della vita. Mettere radici in un posto del genere, secondo me, non può fare che bene.

Certe cose Marcos non le avrebbe capite mai.
Non per una qualche limitazione di tipo morale o religioso, ma per via, semplicemente, del fatto che era un architetto, e come tutti gli architetti era, di conseguenza, geneticamente programmato per rifiutare ogni forma di disordine.
Gli piaceva definirsi un plasmatore di paesaggi, quando l’alcol gli scioglieva la lingua, abbassando le difese.
Sotto il getto dell’acqua bollente Alejandro sapeva soltanto quanto fosse stato capace di plasmare lui, smussando gli angoli del suo amore per non essere costretto a prenderlo sul serio.
E dire che non era iniziata in maniera molto diversa da come era iniziata con Jean Michel, del sano sesso tra persone adulte e consenzienti.
Del sano sesso tra persone che volevano bere la vita a lunghi sorsi.
Alejandro Grimal non aveva capito allora, né avrebbe capito mai, cosa andò storto trascinando entrambi in quella situazione.


Miscellanea

(Frammento) Pioggia di pailletes

Rating: R
Note: È dall'inizio dell'anno che ho voglia di metter su un'originale a capitoli sul mondo del cinema, nello specifico una storia che richiami atmosfere e tematiche squisitamente felliniane. Il primo risultato è stato questo frammento, che resterà incompiuto poiché la trama che sto elaborando è diversa, e prevede un Charlie Hayes molto più adulto.


-Capisce? La fortuna di fare il regista è di poter raccontare le storie con gli occhi. Il copione si può sempre modificare durante la lavorazione, gli attori cambiano di continuo, le musiche, il montaggio … tutto è transitorio. Ma quello che gli occhi vedono no. Il sogno che c’è dentro gli occhi, la luce soffusa o tagliente che accarezza tutte le cose è immobile, eterna. Ed è proprio quella luce che cerco di catturare, quando giro un film. Racconto storie per poter afferrare riflessi. Questo, è fare il regista.

Charlie Hayes aveva capito più di quanto immaginasse, nonostante il Maestro stesse parlando un italiano troppo veloce.
Le parole lo investivano come una pioggia di paillettes luccicanti, il cui suono era così affascinante da distrarlo, impedendogli di coglierne il senso.
Il che era proprio l’effetto che il grande regista andava cercando.
L’essenza del suo cinema, l’essenza della sua vita e della sua persona.
L’essenza di uno sguardo che non aveva niente di speciale tranne, appunto, i lampi che lo attraversavano di tanto in tanto, infiammandolo.
Charlie Hayes era partito appositamente dagli Stati Uniti per ammirarlo così da vicino, separato soltanto da una manciata di centimetri d’aria e un sottile filo di fumo.
Prima di iniziare l’intervista il Maestro gli aveva confessato con un certo rammarico di aver fumato sempre e solo sigarette, e alla domanda di Charlie sul perché trovasse negativa questa cosa, il grande regista aveva risposto che così si era perso i sigari e le pipe.

-E anche il tabacco da masticare, se ci pensa bene. È perché noi esseri umani siamo esseri estremamente pigri: ci accontentiamo sempre e solo delle prime scelte. Sono lì, non hanno nulla di particolarmente negativo, riescono a essere rassicuranti nella loro immobilità. Per questo ci abbandoniamo a esse con piacere. E poi passiamo i giorni che ci restano a ricalcare a penna i contorni per far finta che la vita non sia quell’oceano vasto e pescoso che, in realtà, è. Un vero peccato, non trova?

Charlie aveva annuito, completamente rapito.
Era la prima volta che si trovava di fronte ad una persona così ricca di carisma.
Non che non sapesse cos’era il fascino, o che non se ne fosse mai lasciato attrarre prima d’ora, ma il Maestro era un’altra cosa.
Il Maestro era l’incarnazione stessa di tutte le principali leggende che circolavano sul mondo del cinema.
Anzi, di più: lui era il cinema.
Per questo aveva deciso di venire a Roma per incontrarlo di persona.


Un'estate pericolosa

(Oneshot) Promessa

Pairing: Manuel/Marcos
Rating: R
Note: Avevo completamente rimosso l'esistenza di questo racconto... era il regalo di Natale 2009 per Fata.

 

In Marcos Madrid vive in maniera completa e naturale.
Nei gesti è racchiusa l’eleganza neoclassica dei suoi edifici, nei sorrisi l’ampiezza dei viali, ma negli occhi, nella particolare luce che li anima durante le risate c’è tutta la frenesia dei suoi abitanti.
Marcos è il palazzo di cristallo del parco del buen retiro, trasparente e liscio, adagiato in mezzo al verde come un re sul trono.
È la movida che non si ferma mai, quella per cui un locale è sempre troppo poco, perché la notte è fatta di mille luci, e il segreto è tenerle strette tutte in una mano sola.
Marcos è il bianco, nero e grigio di Guernica, è il cavallo che scalpita sotto le palpebre mobili durante i sogni.
Marcos è leggero come un quadro di Mirò, quando bacia e quando i pensieri vagano chissà dove.

-A che ora hai il volo?

Manuel ha la pessima abitudine di dormire poco, e di pretendere di essere assecondato in questa sua stranezza.
Non è nervoso solo nel modo di muoversi, ma anche di parlare.
Ha le punte delle dita fredde e il respiro di scirocco, caldo e denso di promesse.
Bacia ogni volta come se fosse una delizia attesa a lungo, e quando scosta il viso si può leggere la paura di non poter ripetere quel gesto.
Manuel è un elastico teso tra silenzi e contraddizioni, intrappolato in gabbie che si costruisce di volta in volta da solo.

-Che ore sono, piuttosto?
-Le cinque.
-Del mattino? Mi hai svegliato alle cinque del mattino?
-Non so a che ora hai il volo.

Marcos si passa una mano sulla fronte, esasperato.
La relazione con Manuel è un ingranaggio complicato dal quale troppo spesso si sente schiacciato.
Un torero all’apice del successo è un nomade che vive solo per se stesso, cambiando città di settimana in settimana.
Non ha tempo di fare progetti, ma solo di cogliere attimi.
La sua vita è un quadro futurista, un sovrapporsi di istanti che sembrano sempre tutti uguali.
Eppure Marcos sente distintamente che le ferite sono sempre le stesse, e sempre causate da colpi inferti con la stessa angolazione.
L’ansia gli sembra l’aria al limone assaggiata nel locale di Alejandro, una spuma evanescente che impregna la lingua di un gusto acidulo.

 

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Miscellanea

(White Collar) Just sleep

Fandom: White Collar
Pairing: Peter Burke/Neal Caffrey
Rating: R
Spoiler: questo racconto si colloca, temporalmente, all’inizio della seconda stagione.
Disclaimer: anche se lo desidererei tantissimo, questi personaggi non mi appartengono e io non ci guadagno nulla a scrivere su di loro.
Note: Buon compleanno, [info]xel1980


“Just sleep”

Mezzogiorno, e ancora non riusciva a scrollarsi di dosso il feroce mal di testa, la sensazione di avere la bocca impastata e quel retrogusto amaro che riusciva a rendere ancora meno sopportabile il terribile caffè di quell’ufficio.
La cosa era particolarmente strana, se si teneva conto del fatto che, invece, la condizione generale, quella che comprendeva anche l’umore e la ricettività, era nel complesso la migliore da quando quel maledetto aereo era esploso.
Un divario che lasciava Neal Caffrey spiazzato, del tutto impreparato com’era alla possibilità di riprendersi dal trauma della morte di Kate, e tornare a ragionare in termini di quotidianità spicciola, se non addirittura di futuro.
Costringerlo a raccogliere i pezzi e a costruire un’alternativa che non fosse fatta solo di vendetta: un miracolo che solo Peter Burke poteva essere in grado di compiere.
 

 

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    Back it up - Caro Emerald
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Progetto Borgia

(Storico) Udienza

Rating: R

Note: Primo tentativo di racconto storico. Incontro immaginario tra Cesare Borgia e Leonardo Da Vinci, qualche tempo prima della celebre congiura di Senigallia.
 


Anonimo, Incontro tra Niccolò Machiavelli, Cesare Borgia, Don Miguel De Corella e il cardinale Pedro Loys Borgia, 1500 circa
(Roma, collezione privata)

 

In effetti non avrebbe potuto essere vestito che di rosso.
Una lunga tunica di velluto morbido, con ricami d’oro e perle.
Il fuoco che ardeva nel camino si dichiarava, col suo crepitio eccitato, suo fratello.
Leonardo non gradiva particolarmente gli incontri col Valentino, ma non aveva mai osato sottrarvisi.
Non che ne avesse timore, ma ogni volta che si trovava al suo cospetto per riferirgli del proprio operato sentiva di dover alzare un invisibile muro di difesa, come se non ci si potesse offrire vulnerabili al suo sguardo.

Uomo d’arme in tutto e per tutto

Quel giovane principe doveva essere stato abituato fin da bambino a cercare i punti deboli del proprio interlocutore, tanto che ora la cosa gli veniva spontanea, suscitando negli altri una comprensibile reazione di disagio.
Leonardo si stava sforzando di superarla.
Il Duca Valentino era un soggetto tutto sommato interessante da studiare.
Nell’ascoltare sapeva atteggiare il viso in pose neutre di condiscendenza elargita a piccole dosi, l’atteggiamento tipico del sovrano che sa di avere ben saldo nel pugno il proprio regno.
Tuttavia, Leonardo aveva imparato presto a leggere i piccoli bagliori del suo sguardo per capire quando la curiosità faceva capolino, rendendo più umano quel dipinto vivente di audacia e ferocia.
Sapeva che il Valentino aveva un lato giocoso e bambino, e vederglielo tirare fuori anche solo nello sgranare gli occhi o nello schiudere le labbra lo riempiva di soddisfazione.
Era allora, che si pentiva di aver temuto l’incontro, quando poteva studiarne il viso allungato senza temere reazioni di sorta.
Il Valentino, con quei capelli ricci dai riflessi rossi, gli ricordava Salai, il suo amante.
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Ho avuto paura

(Oneshot) Notte di pattuglia

Rating: R

Vincitore del contest A detective's insight

C’è qualcosa di crudele, nel gelo notturno.
È come un lenzuolo che si ritrae, lasciando scoperto il corpo scheletrico della rabbia che si agita in ogni essere umano.
Quando eri ragazzino non amavi uscire di sera proprio per questo motivo.
Lo facevi soltanto perché questo è ciò che la convenzione chiede ad un adolescente.
Si vive in funzione della comitiva, a quindici anni, e tu, Angelo Colasanti, non hai potuto fare a meno di sfuggire a questa inevitabile convenzione sociale.
Non ne avevi voglia, per la verità, perché quando hai quindici anni più è piccolo il mondo che ti circonda e più riesci a mettere a tacere l’inquietudine dell’adolescenza.
Non pensi da solo, a quell’età, preferisci delegare la tua limitata porzione di razionalità ad un cervello collettivo.
La comitiva ti conosce da sempre e se hai bisogno di chiederlo saprà sempre ricordarti chi sei e cosa vuoi.
Almeno fino a quando non decidi di crescere e diventare adulto.
Solo crescendo, infatti, hai scoperto che esisteva un termine più preciso, quasi chirurgico, anche se crudele, per dipingere quel gruppo di carte radunate a casaccio sul tavolo da gioco alle quali ti unisce il comune scopo di sopravvivere ad una vita che non senti tua.
Quel termine ha la stessa ferocia del gelo notturno: branco.
Il recinto nel quale ci si rifugia per sfuggire alla paura del cambiamento, così come d’inverno ci si potrebbe rifugiare in un giaccone di piume d’oca, o in una coperta di pile.
Ti ci voleva la decisione di entrare in polizia e il trasferimento in tante, troppe città per capirlo.
Collapse )
Miscellanea

(Oneshot) Il verso delle cose

Rating: R
Note: In questo racconto sentirete parlare dei Mamuthones, maschere tipiche del carnevale sardo la cui origine risale (è non è solo un’immagine poetica) alla notte dei tempi. Potrei tenere una conferenza sull’argomento, ma l’introduzione ad un racconto non è mai una buona sede per cose del genere e così, per preservarmi intatto qualche lettore, ho deciso di girarvi molto più semplicemente questo link:

http://www.mamuthones.it/storia.asp

che vi consentirà di farvi una discreta cultura a riguardo (e, soprattutto, di poter vedere qualche immagine).

Per il resto non mi resta che augurarvi, come mio solito, buona lettura, non prima di aver ringraziato due artisti veri: Niccolò Ammaniti e Vinicio Capossela, al cui concerto assisterò proprio tra una manciata di giorni. E sì, anche mia zia Sabina, anche se la detesto cordialmente.
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Racconto scritto per il progetto letterario "Morceaux"

“Gaudentes et exsultantes, si taliter se in ferinas species transformaverint, ut homis non esse videantur”
(Gioiosi ed esultanti perché si erano trasformati a tal punto in animali da non sembrare più uomini)
Cesario di Arles, VI sec. d.C.

Era ancora estate.
Eppure non lo era più.
Il luccichio del mare, il sole che batteva, insistente e fastidioso, sulla pelle abbronzata (quasi a farle un dispetto) erano più intensi di quelli d’agosto, ma l’aria… non sapeva perché, Giulia percepiva nella brezza che la avvolgeva qualcosa di strano.
Settembre.
I figli più grandi della sua ospite parlavano di compiti da fare, sbuffando, usando quell’indifferenza sguaiata propria di bocche che hanno già perso il sapore dell’infanzia.
Seduta in veranda su un divanetto di vimini, Giulia sorrideva.
Ormai non poteva fare più a meno di sorridere alle cose che la vita le offriva.
Aveva imparato a farlo, finalmente.
Aveva dovuto imparare.

Collapse )
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    Brucia Troia - Vinicio Capossela
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